Riceviamo e pubblichiamo da Patrizia Vatinno
Nell'attesa di intervistare nuovi ospiti della rubrica, i cui “ritratti” riprenderanno a settembre, voglio aprire una provocazione. E questa provocazione parte da una domanda apparentemente semplice: che cosa significa, oggi, scegliere di studiare musica in Italia?
Perché c'è una contraddizione sulla quale vale la pena fermarsi.
Da una parte, il Conservatorio è ormai a tutti gli effetti parte del sistema dell'Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica e il percorso di studi ha dignità accademica. Dall'altra, nella percezione comune, chi studia musica continua spesso a dover dimostrare che quella scelta sia qualcosa di più di una passione, di un hobby o di un sogno destinato a rimanere tale.
È una contraddizione che conosco bene.
Quando ero bambina e frequentavo il Conservatorio, ricordo che alcuni genitori delle mie amiche, probabilmente animati dalle migliori intenzioni, mi dicevano che dalla musica non sarebbe venuto fuori nulla. La frase, più o meno, era sempre la stessa: «È bello studiare musica, ma poi, che lavoro farai?».
A distanza di anni, quella domanda, per quanto assurda, è ancora attuale.
Se un ragazzo studia ingegneria, nessuno gli chiede con la stessa insistenza quale sarà il suo “vero” lavoro. Se studia giurisprudenza, economia o medicina, si dà per scontato che quella formazione sia finalizzata a una professione.
Se invece dice: «Sono musicista», può capitare che la risposta sia: «Sì, ma per mantenerti che lavoro fai?».
È una domanda apparentemente innocua, ma rivela un pregiudizio profondo: il musicista, ancora oggi, viene spesso considerato un professionista solo dopo aver dimostrato di esserlo.
E questo è forse il primo problema.
La competenza musicale è ancora considerata un optional
C'è poi un secondo paradosso.
In Italia la cultura musicale sembra spesso essere considerata qualcosa di opzionale. Chi ha studiato musica può dedicare anni alla propria formazione, affrontare esami, studiare tecnica, teoria, armonia, analisi, storia della musica, repertorio e interpretazione. Eppure, quando esprime un'osservazione tecnica su un'esecuzione o su un musicista che magari è già arrivato, può facilmente sentirsi rispondere che è “invidioso”.
Come se la competenza fosse una colpa.
Naturalmente, aver studiato non significa avere sempre ragione. E non significa nemmeno che chi non ha frequentato un Conservatorio non possa essere un ottimo musicista, un artista straordinario o avere qualcosa di importante da dire.
Ma una cosa dovrebbe essere pacifica: un giudizio tecnico può essere formulato sulla base di una competenza tecnica.
Non dovrebbe essere scambiato automaticamente per invidia, snobismo o presunzione.
Forse il problema è che in Italia manca ancora una vera cultura della competenza musicale. E quando manca la cultura, diventa difficile persino riconoscere il valore di chi quella competenza l'ha costruita attraverso anni di studio.
Studiare è necessario. Ma non basta.
E allora cosa dovremmo dire ai genitori di un bambino che vuole studiare musica?
La prima cosa è semplice: fatelo studiare.
Ma la seconda dovrebbe essere altrettanto importante: non fategli credere che trascorrere ore e ore nella propria cameretta, davanti al proprio strumento, sia sufficiente.
Bisognerebbe insegnare ai giovani musicisti che non si può vivere soltanto dentro una stanza, per quanto quella stanza possa essere il luogo in cui nascono studio, disciplina e talento.
Prima o poi bisogna uscire.
Bisogna frequentare concerti, conoscere altri musicisti, ascoltare, collaborare, parlare, confrontarsi. Bisogna imparare a presentarsi, a proporre un progetto, a riconoscere un'opportunità. Bisogna farsi conoscere.
In una parola: bisogna costruire relazioni.
I cosiddetti “intrallazzi”, se vogliamo usare una parola volutamente provocatoria, ma non nel senso deteriore del termine. Piuttosto, una rete umana e professionale fatta di incontri, collaborazione, fiducia e reciproco riconoscimento.
Perché la musica può essere un'arte individuale, ma la professione musicale è profondamente relazionale.
Anche il genio ha avuto bisogno di qualcuno che lo ascoltasse, lo sostenesse, lo commissionasse, lo pubblicasse, lo eseguisse, lo facesse conoscere.
Pensiamo a Beethoven. Il suo genio non viene certo messo in discussione dal fatto che attorno a lui esistesse una rete di sostenitori, committenti, interpreti, editori e persone capaci di riconoscerne il valore.
Al contrario: è proprio questo a ricordarci che il talento, per diventare una carriera, ha bisogno di un contesto.
Ed è una cosa che ai giovani musicisti bisognerebbe dire con molta più chiarezza.
Studiate.
Esercitatevi.
Coltivate la passione.
Ma frequentate anche le persone.
Perché nessuno nasce già inserito in un ambiente professionale e nessun talento, per quanto grande, garantisce automaticamente una carriera.
Forse la professione musicale può essere vista proprio così: come un tunnel da scavare dentro una montagna.
Lo studio e l'esercizio costante sono gli strumenti.
La passione permette di continuare nei momenti di scoraggiamento.
Le relazioni aiutano a trovare un passaggio, una direzione, una porta che da soli non avremmo visto e, passo dopo passo, ad avvicinarsi alla luce oltre la montagna degli ostacoli professionali.
Non è una ricetta per il successo. E non è una garanzia di successo. È semplicemente un modo più realistico di guardare a una professione che troppo spesso viene raccontata attraverso due estremi opposti: il romanticismo del “segui il tuo sogno” e il cinismo del “con la musica non si mangia”.
La verità, probabilmente, sta nel mezzo.
Con la musica si può lavorare. Ma bisogna essere preparati a lavorare anche per costruire le condizioni perché quel lavoro possa esistere.
E qui arriviamo a un'ultima considerazione.
Sarebbe auspicabile che anche le istituzioni, e il Governo in particolare, facessero di più per riconoscere e sostenere concretamente la professione del musicista. Perché dietro la parola “musicista” non c'è soltanto chi sale su un palco: c'è un intero mondo di professionisti, insegnanti, interpreti, compositori, direttori, tecnici e operatori che contribuiscono ogni giorno alla nostra vita culturale.
E forse dovremmo ricordarci più spesso che la musica non è un lusso.
È una forma di magia che ci accompagna, ci emoziona, ci consola e, in molti momenti della vita, ci tiene letteralmente in piedi. È qualcosa che entra nella nostra memoria e rimane lì, spesso quando tutto il resto è passato.
A questi professionisti dobbiamo molto. E c'è una cosa che, almeno per ora, nessuna intelligenza artificiale potrà sostituire davvero: l'esperienza umana di chi fa musica e di chi la vive insieme agli altri.
Ma questo è un altro capitolo.
E voglio riaprirlo presto, insieme a un ospite d'eccezione che vi svelerò nei prossimi giorni.