Michele Jamil Marzella: il musicista barese che ti tende la mano (ILB)

Con Risvegli Mediterranei, Michele Jamil Marzella costruisce un ponte musicale tra Oriente e Occidente.

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Michele Jamil Marzella: il musicista barese che ti tende la mano (ILB)


Di Patti Vatinno


Michele Jamil Marzella: il musicista barese che ti tende la mano

Con Risvegli Mediterranei, Michele Jamil Marzella costruisce un ponte musicale tra Oriente e Occidente.

Michele Jamil Marzella, nel panorama musicale barese, si distingue per un’attitudine inclusiva e generosa, capace di donarsi senza reticenze. La sua è una musica che accoglie, che invita a entrare. E con l’energia che sprigiona sul palco è praticamente impossibile restare indifferenti.

Michele è uno di quei musicisti che sembrano estrarre il suono direttamente dalle viscere della terra. Ogni nota ha il peso di qualcosa di ancestrale; ogni esecuzione travolge chi ascolta e lo trascina in un’esperienza fisica prima ancora che musicale.

Ho avuto la fortuna di ascoltarlo dal vivo e, quasi naturalmente, ho sentito il desiderio di coinvolgerlo in un mio brano, L’Analfabeta Emozionale. Lui accettò senza esitazioni, con quella generosità artistica che continua a contraddistinguerlo. Ma questa è un’altra storia.

Oggi Michele si racconta attraverso il suo ultimo lavoro, Risvegli Mediterranei — una raccolta di brani nata da un’unica intuizione: costruire un viaggio sonoro in cui il trombone e il radong (l’antica tuba tibetana della quale Michele è attualmente l’unico esecutore europeo) dialogano con ritmi e suggestioni provenienti da diverse tradizioni del mondo.

Il risultato è un ponte sonoro tra Oriente e Occidente, un linguaggio musicale che rifiuta le etichette e cerca un contatto diretto con chi ascolta.

«Mi piacerebbe che il pubblico ascoltasse questa musica ad occhi chiusi», racconta Michele. «Che iniziasse un proprio viaggio onirico attraverso le emozioni. Ogni essere umano è un universo e ogni brano può assumere un significato diverso, perché incontra un vissuto unico e irripetibile».

È una dichiarazione che riassume perfettamente la sua poetica. La sua musica non rincorre miti o leggende, ma prova a costruire una connessione autentica tra cuore, mente e spiritualità. Ha perfino la “presunzione” — così la definisce lui stesso, con una sincerità disarmante — di voler essere originale, offrendo all’ascoltatore uno spazio meditativo, un luogo interiore in cui lasciarsi guidare verso territori ancora inesplorati.

Il suo percorso artistico è costellato di collaborazioni importanti con musicisti provenienti da culture e mondi sonori differenti: basta scrivere il suo nome su un qualsiasi motore di ricerca e ne scoprireste delle belle. Michele ricorda con particolare emozione quella con Enzo Gragnaniello, che definisce «un viaggio umano e musicale, introspettivo e sciamanico».

Di Gragnaniello ammira soprattutto l’uomo, prima ancora dell’artista. «Per me Enzo è una sorta di demiurgo. Un esempio raro di umiltà».

A questo punto gli chiedo quale sia, secondo lui, il segreto della straordinaria vitalità della scena musicale napoletana e della sua continua influenza sulla musica italiana. La risposta arriva immediata.

«Io amo Napoli. È probabilmente la città italiana che più di ogni altra ha saputo fare della contaminazione la propria cifra artistica. Una contaminazione che continua ancora oggi a influenzare il pop italiano. La napoletanità non è soltanto un linguaggio musicale: è un modo di essere, una lucida follia che attraversa tutto ciò che nasce da quella terra e continua a trasformarsi senza perdere mai la propria identità».

Ascoltare Michele Jamil Marzella significa accettare un invito: chiudere gli occhi, mettere da parte le categorie e lasciarsi attraversare dalla musica.

Perché la sua non è una semplice esperienza d’ascolto. È una mano tesa verso l’altro, un invito al viaggio, alla scoperta e, forse, anche a un incontro più profondo

con se stessi.