Nel calcio moderno c’è un copione scritto che si ripete con una puntualità quasi irritante. Finisce la stagione, si certifica il fallimento sportivo, si fanno i "danni" e, un minuto dopo, i calciatori affidano ai social network la propria lettera di addio preconfezionata. L'ultimo in ordine di tempo è Emanuele Rao.
Il giovane attaccante, tornato alla base del Napoli, ha utilizzato Instagram per dire che "indossare questa maglia è stato un orgoglio enorme" e per chiedere scusa alla piazza. Intenzioni forse nobili, ma che ormai si scontrano con il muro di una tifoseria barese totalmente satura, stanca e ferita da questo modus operandi.
Sia chiaro: l'oggettività impone di dire che Rao è stato uno dei profili migliori e più positivi dell'intera rosa in questa stagione disgraziata. Il suo impegno non è quasi mai mancato. Il problema, però, è di stampo sistemico e generazionale. I tifosi del Bari sono stufi di assistere al solito film: giocatori che arrivano in prestito, non centrano l'obiettivo (o peggio), lasciano le macerie calcistiche in città e poi si congedano con un post strappalacrime per alleggerirsi la coscienza e prepararsi alla prossima avventura professionale.
Le scuse virtuali non cancellano l'amarezza di un'annata fallimentare. Bari ha bisogno di programmazione, di calciatori legati al progetto e di risposte sul campo, non di fiumi di parole su uno schermo. L'addio di Rao, per quanto doloroso dal punto di vista tecnico, sancisce l'ennesima estate di ricostruzione. E la pazienza della piazza è ormai esaurita da tempo.
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