Oggi la Bari compie 118 anni. Un numero che trasuda storia, ma che per un’ironia del destino tutta italiana è anche il numero del Pronto Soccorso. E mai come in questa stagione, la coincidenza sembra un sinistro presagio: questa squadra e questa società hanno un disperato bisogno di un’ambulanza.
Festeggiamo oltre un secolo di passione con un paziente che, sotto questa gestione, è finito dritto in rianimazione. Il 118 non è più solo una ricorrenza sul calendario, è il grido d'aiuto di una piazza stanca di vedere la propria storia trattata come una pratica burocratica in attesa di essere evasa. La squadra è in debito d'ossigeno, tecnicamente anemica e con un elettrocardiogramma che, tra campo e scelte societarie, segna una linea piatta preoccupante.
Mentre la proprietà continua a gestire la situazione con la freddezza di un centralinista distratto, il tifoso barese è lì, fuori dal reparto, in attesa di un segnale di vita che non sia il solito bollettino medico fatto di promesse e silenzi. Non servono palliativi, serve una terapia d'urto. Serve qualcuno che sappia usare il defibrillatore per rianimare un'ambizione che sembra morta e sepolta.
Auguri Bari, per i tuoi 118 anni. Ma a chi sta in cabina di regia diciamo: rispondete a quel maledetto telefono. Il paziente è grave, la sirena urla e la pazienza è finita.
Codice rosso, soccorso immediato. O stavolta non ci salviamo neanche col miracolo.